Il mistero del Piatto di Metallo trovato nella Grande Piramide

Tratto da “Custode della genesi” 1996 di Graham Hancock e Robert Bauval
Traduzione di Lucia Corradini – Casa editrice Corbaccio (I ed.1997, II ed.2002)


La storia dei pozzi della Grande Piramide e le risposte stranamente contraddittorie degli egittologi a qualunque cosa si scoprisse in essi – a qualunque nuova proposta formulata su questo argomento – risale al 1830, quando Howard Vyse, esploratore e colonnello britannico, «sedette davanti alla Grande Piramide come davanti a una fortezza che dovesse essere assediata ». Questo commento da parte di uno dei suoi contemporanei allude al ripetuto utilizzo della dinamite, da parte di Vyse, per « esplorare » la Grande Piramide. Sarebbe stato più appropriato, benché meno educato, dire che Vyse considerava l’ultima meraviglia rimasta del mondo antico come una donna da stuprare. Tuttavia, resta il fatto che durante un febbrile periodo di esplorazioni e scavi intrusivi (1836-37), Vyse e la sua squadra riuscirono a realizzare due scoperte che apparvero estremamente importanti.
1. La sezione di un piatto piano di metallo spesso 3 millimetri, lungo 30,48 centimetri e largo 10,16 centimetri, estratta dalla muratura della facciata meridionale della Piramide nel punto di uscita del pozzo meridionale della Camera del Re (il pozzo rivolto verso la Cintura di Orione).
2. «Marchi di cava» intonacati all’interno delle cosiddette «camere di sostegno » sopra la Camera del Re. Questi geroglifici sono le prime e uniche scritte mai trovate all’interno della Grande Piramide. Hanno l’aspetto di graffiti scarabocchiati approssimativamente e includono il nome di Khufu, il faraone della quarta dinastia al quale gli egittologi attribuiscono la costruzione del monumento.

La seconda scoperta – la comparsa del nome di Khufu – è stata ripetutamente acclamata dagli egittologi negli ultimi centossessant’anni come una prova in favore del fatto che l’altrimenti anonima Piramide fosse stata effettivamente costruita dal faraone Khufu. La prima – il piatto di metallo – è stata respinta come fraudolenta e il piatto si trova oggi in un cassetto al British Museum, ignorato e dimenticato come il teschio dell’uomo di Piltdown.
E se, invece, gli egittologi avessero sbagliato tutto?

E se i «marchi di cava» fossero contraffatti e il piatto di metallo autentico?
In questo caso la cronologia accuratamente stabilita dell’evoluzione della società egizia, che compare in tutti i libri di testo usuali, potrebbe rivelarsi fondata su presupposti dubbi, l’attribuzione della Piramide a Khufu verrebbe ricondotta a una speculazione non documentatata e la data ortodossa dell’età dei ferro in Egitto – secondo gli egittologi non prima del 650 a.C.7 – dovrebbe essere riportata indietro di quasi duemila anni.
Abbiamo già visto ampiamente in precedenza come i marchi di cava all’interno della Grande Piramide potrebbero essere stati contraffatti – e in particolare Howard Vyse, che vi spese ben 10.000 sterline durante i suoi scavi nel 1836-37 (una somma principesca per quei tempi), poteva avere avuto sia il motivo che l’opportunità per farlo. In breve:
1.  Va notato che i marchi di cava furono scoperti soltanto nelle quattro camere di sostegno aperte da Vyse stesso, e non nella camera immediatamente al di sotto dì esse (e immediatamente sopra il soffitto della Camera del Re) che fu aperta da un precedente esploratore, Nathaniel Davison, nel 1765. E anche degno di nota che il diario di Vyse del giorno in cui per la prima volta aprì ed ebbe accesso alla più bassa delle «sue» quattro camere (ossia quella al di sopra della camera di Davison) riporti un minuzioso esame ma non accenni minimamente a geroglifici vistosamente dipinti in rosso sui muri. Il giorno successivo, invece, quando Vyse ritornò nella Camera con dei testimoni, i geroglifici erano improvvisamente lì – come se fossero stati dipinti durante la notte.
2.  Come uno dei detrattori di Vyse ha acutamente notato: «la prospettiva e gli angoli su cui erano tracciate le scritte indicano che non potevano essere stati dipinti dai cavapietre prima che Ì blocchi venissero spostati, ma da qualcuno che lavorava negli spazi ristretti delle camere di sostegno dopo che i blocchi erano stati piazzati nella Piramide. Le istruzioni per collocare i blocchi entro un progetto di costruzione [ossia ciò che i marchi di cava pretendono di essere] non servono a nulla se l’opera è già stata compiuta. Evidentemente furono aggiunti da qualcun altro e non dagli stessi costruttori».
3. Nei geroglìfici ci sono spaventosi errori dì «ortografia». Questo problema fu sollevato per la prima volta nel XIX secolo da Samuel Birch, un esperto di lingua egizia amica del British Museum. Benché nessun altro né prima né dopo avesse prestato alcuna attenzione alle sue osservazioni, Birch aveva notato un particolare molto importante, ossia che gli stili di scrittura dei «marchi di cava» sono uno strano, anomalo guazzabuglio di epoche diverse. Alcune delle forme corsive e dei titoli usati in queste scritte che si presuppone appartenessero alla quarta dinastia non sono state trovate in nessun altro luogo in Egitto fino al Medio Regno, circa 1000 anni dopo (quando divennero molto diffuse). Altre sono rimaste sconosciute fino alla ventiseiesìma dinastia (664-525 a.C.). Ma forse l’aspetto più appariscente è l’uso di certe parole e frasi assolutamente unico e paradossale che non si trova da nessun’altra parte nell’intero ed esteso patrimonio di scritti che ci è giunto dai tempi degli antichi egizi. Per fare un esempio, il geroglifico che significa «buono, clemente» compare dove si vuole indicare il numero 18.
4.  Nei marchi di cava ci sono difficoltà persino con il nome dello stesso Khufu. È scritto infatti in modo sbagliato (un puntino con sopra un cerchio al posto di un semplice cerchio pieno) e l’errore – così come l’uso del geroglifico che sta per «buono, clemente» – non si trova ripetuto in nessun’altra iscrizione della lingua egizia antica. E interessante però notare che questo errore nella grafia del nome dì Khufu si verifica negli unici due documenti-sorgente sui geroglifici che sarebbero stati disponibili per Vyse nel 1837: sì tratta di due libri, il Voyage de l’Arabie Pefree di Leon de Laborde e Materia Hieroglyphica di Sir John Gardner Wilkinson.
5.  Da ultimo, ma non certo meno importante, se anche i marchi di cava non fossero stati contraffatti da Vyse, che cosa dimostrerebbero realmente? Attribuire la Grande Piramide a Khufu sulla base di poche righe di graffiti non è forse un po’ come consegnare le chiavi dell’Empire State Building a un uomo di nome «Kilroy» soltanto perché il suo nome è stato verniciato a spruzzo sulle pareti dell’ascensore?

Che queste domande non siano mai state poste e che in generale gli egittologi siano così pronti ad accettare i marchi di cava come «una prova» dell’appartenenza della Piramide a Khufu è un argomento che troviamo francamente imbarazzante. La loro credulità è ovviamente anche il loro business. Ciò nonostante pensiamo che tutti i sofismi e le capziosità concernenti la medesima attribuzione di cui rigurgitano tutti i comuni testi senza il minimo accenno ai numerosi problemi, anacronismi e incoerenze che fanno dubitare dell’autenticità del significato della « scoperta» di Vyse, sfiorino semplicemente il ridicolo.
Stranamente, invece, l’altra sua «scoperta», che attualmente gli egittologi considerano falsa senza esitazioni, ha tutta l’aria dì essere autentica – e anche molto significativa. Si tratta della scoperta del piatto piano di metallo incastrato nella muratura della facciata meridionale della Piramide.

La questione del piatto dì metallo
Come abbiamo visto, le due Camere principali della sovrastruttura della Grande Piramide – la Camera del Re e la Camera della Regina – sono dotate entrambe di due pozzi lunghi e stretti scavati in profondità nella muratura massiccia, uno rivolto verso nord e l’altro verso sud. Quelli che si dipartono dalla Camera del Re sbucano direttamente all’esterno, mentre quelli che hanno origine dalla Camera della Regina si fermano da qualche parte dentro il nucleo del monumento.
L’esistenza di pozzi nella Camera del Re fu rilevata e documentata per la prima volta dal dottor John Greaves, un astronomo britannico, nel 1636. Ma si dovette aspettare fino al 1837 perché venissero esaminati dal colonnello Howard Vyse con l’assistenza di due ingegneri civili, John Perring e James Mash. Un altro membro della squadra di Vyse era J.R. Hill, un inglese semisconosciuto che viveva al Cairo e che, nel maggio del 1837, fu incaricato dì sgomberare l’imboccatura del pozzo meridionale (che emerge presso il centoduesimo corso di muratura sulla facciata sud della Piramide). Secondo i metodi che Vyse aveva già utilizzato altrove, Hill fu incaricato di usare esplosivi ed è dunque responsabile del profondo sfregio verticale che si può osservare tuttora al centro della facciata meridionale della Grande Piramide.
Venerdì 26 maggio 1837, dopo un paio di giorni di esplosioni e di sgombero delle macerie, Hill scoprì il piatto piano di metallo citato sopra. A Vyse non parve vero di poterlo proclamare, nella sua opera monumentale intitolata “Operations Carnea on at thè Pyramids of Gìzeh”, «il pezzo più antico di ferro battuto finora conosciuto», mentre Hill a quell’epoca si accontentò di descrivere la scoperta in maniera sobria e corretta:
Attesto di aver trovato un pezzo di ferro vicino all’imboccatura del passaggio d’aria [pozzo], nella facciata meridionale della Grande Piramide di Giza, venerdì 26 maggio, e di averlo asportato da un giunto interno, dopo avere rimosso con l’uso di esplosivi due file esterne di pietre dell’attuale superficie della Piramide; e che nessun giunto o apertura di qualsiasi tipo era connesso con il giunto sopra citato, da cui il pezzo di ferro avrebbe potuto essere inserito dopo la costruzione originaria della Piramide. Ho anche mostrato il punto esatto a Mr. Perring, sabato 24 giugno.
John Perring, ingegnere civile, esaminò poi il luogo preciso del ritrovamento. Insieme a lui era presente James Mash, a sua volta ingegnere civile, ed entrambi «furono dell’opinione che il metallo doveva essere stato lasciato nel giunto durante la costruzione della Piramide, e che non poteva essere stato inserito in un momento successivo». Alla fine Vyse spedì il misterioso oggetto, insieme alle certificazioni di Hill, Perring e Mash, al British Museum. Là, fin dal principio, la sensazione generale fu che non si trattasse dì un pezzo autentico, perché il ferro battuto era sconosciuto all’Età delle Piramidi, dunque doveva essere stato introdotto nella Piramide in tempi molto più recenti.
Nel 1881 il piatto fu riesaminato da Sir W.M. Flinders Petrie, che trovò difficile, per svariate e convìncenti ragioni, concordare con questa analisi:
Benché siano stati sollevati alcuni dubbi riguardo al pezzo, esclusivamente per la sua rarità [notava], le prove della sua autenticità sono molto precise; vi si può notare un calco di nummulite [protozoo marino fossilizzato] sulla parte arrugginita, il che dimostra che è stato sepolto per intere epoche sotto un blocco di pietra calcarea nummulitica, perciò è sicuramente antico. Non può dunque esservi dubbio sul fatto che sia un pezzo autentico [...]
Malgrado l’autorevole opinione di uno dei più estrosi giganti dell’egittologia dell’epoca vittoriana, tutti gli studiosi di professione non furono in grado di accettare l’idea che un pezzo di ferro battuto potesse essere contemporaneo alla Grande Piramide. Una simile idea, infatti, è assolutamente contraria anche al più piccolo dei pregiudizi che gli egittologi diffondono in tutto il mondo, durante la loro carriera, a proposito del modo in cui le civiltà sì evolvono e si sviluppano.

Analisi scientifiche
A causa di queste preoccupazioni, il piatto di metallo non fu più esaminato per altri 108 anni e fu soltanto nel 1989 che se ne sottopose un frammento a rigorose analisi ottiche e chimiche. Gli scienziati responsabili del lavoro erano il dottor M.P. Jones, assistente incaricato del dipartimento di ingegneria delle fonti minerarie dell’Imperiai College di Londra, e il suo collega, il dottor Sayed El Gayer, assistente universitario della facoltà di scavi minerari e petroliferi all’Università di Suez in Egitto, che aveva ottenuto il dottorato in metallurgia dell’estrazione presso l’Università di Aston a Birmingham.
Incominciarono il loro studio controllando la quantità di nichel contenuta nel piatto di metallo. Lo fecero per escludere anche la minima possibilità che fosse stato realizzato utilizzando metallo meteoritico (ossia metallo di meteoriti caduti – un materiale che, sebbene molto raramente, si sa per certo che è stato usato nell’Età delle Piramidi). Il metallo meteoritico, come in questo caso, è sempre estremamente facile da identificare perché invariabilmente contiene una cospicua quantità di nichel – di solito il 7% o anche di più. Sulla base della loro prima analisi Jones ed El Gayer osservarono: «Possiamo escludere che il piatto di metallo trovato a Giza sia di origine meteoritica dal momento che contiene soltanto una traccia di nichel ». Il metallo, perciò, era opera dell’uomo. Ma come era stato fabbricato?
Ulteriori test dimostrarono che era stato fuso a una temperatura compresa tra i 1000 e i 1100 °C. Da queste indagini risultò anche il fatto piuttosto strano che c’erano «tracce di oro su un lato del piatto di ferro ». Forse, pensarono Jones ed El Gayer, originariamente poteva essere stato «dorato, e quest’oro può indicare che fu fabbricato [...] e che si trattava di un oggetto tenuto in grande considerazione quando fu realizzato», Alla fin fine, quando fu realizzato?
Dopo avere completato uno studio estremamente accurato e dettagliato, i due esperti in metallurgia asserirono quanto segue: «Si può concludere, sulla base della presente indagine, che il piatto di ferro è molto antico. Inoltre, la dimostrazione metallurgica rafforza la dimostrazione archeologica secondo la quale il piatto fu incorporato nella Piramide all’epoca in cui fu costruita ».
Quando Jones ed El Gayer sottoposero queste scoperte al British Museum, li aspettava una sorpresa. Invece di mostrarsi quanto meno interessati, i funzionar! non fecero caso a loro: «La struttura del piatto di metallo è insolita», concessero Paul Crad-dock e Janet Lang. «Non siamo sicuri del significato e dell’origine di questa struttura, ma non è necessariamente indicativa di un’età molto antica.»

L’opinione del British Museum
Dal momento che sembrava essere stato originariamente rimosso dall’interno o vicino all’imboccatura di un pozzo «di Orione» appartenente alla Camera del Re, il piatto di metallo era di grande interesse per noi. Decidemmo di andare a dargli un’occhiata. Attraverso il dottor A.J.Spencer, vice-sovrintendente dell’Egyptian Antiquities Department del British Museum, combinammo una visita per il 7 novembre 1993. Ci fu consentito di prendere in mano il piatto e rimanemmo colpiti dal suo peso e dalla consistenza insoliti. Notammo anche che sotto la patina di superficie il metallo interno era particolarmente brillante – il che era più evidente nel punto in cui il frammento era stato tagliato di netto per le analisi di El Gayer e Jones. Il dottor Spencer ribadì la linea ufficiale del British Museum, secondo la quale il piatto non era antico ma era stato invece introdotto, con ogni probabilità deliberatamente, all’epoca di Vyse, e che le conclusioni di El Gayer e Jones erano «estremamente dubbie».
Come e perché le conclusioni di insigni esperti in metallurgia potevano essere considerate «profondamente dubbie»? Il dottor Spencer non seppe rispondere e il dottor Craddock, con il quale parlammo al telefono, non desiderava approfondire l’argomento.
Qualche giorno dopo telefonammo al dottor Jones e apprendemmo da lui come, insieme al dottor El Gayer, avesse esaminato il piatto nel laboratorio dell’Imperiai College di Londra nel 1989. Il dottor Jones è ora in pensione e vive nel Galles. Quando gli chiedemmo che cosa pensasse della posizione assunta dal British Museum a proposito delle sue conclusioni sì dimostrò, comprensibilmente, piuttosto irritato. Insisteva nel dire che il piatto di metallo era «molto antico» e, al pari di noi, sentiva -dal momento che c’erano due concezioni contrapposte – che la via migliore per risolvere il dilemma consisteva nel procedere ad altre analisi in un laboratorio indipendente. Dopo tutto, le implicazioni della scoperta di metallo fabbricato dall’uomo nel 2500 a.C. sono sconcertanti. E non si tratta semplicemente di cambiare la datazione della cosiddetta età del ferro. Forse sono più interessanti, in un certo senso, le domande sollevate dalla funzione che un piatto di metallo poteva avere, all’interno del pozzo meridionale della camera principale della Grande Piramide, molte migliaia di anni fa. Potrebbe esserci una relazione tra questo piatto e la porta a saracinesca di pietra con le «maniglie» di rame che Rudolf Gantebbrink aveva di recente scoperto all’estremità del pozzo meridionale della Camera della Regina – un pozzo rivolto verso «Sirìo-Iside», moglie di «Orione-Osiride»?
Nel resoconto del 1989, El Gayer e Jones osservarono che probabilmente si trattava di un frammento proveniente da un pezzo più largo che in origine poteva essere stato composto da un piatto squadrato adattato con precisione, come una sorta di «cancello», all’imboccatura del pozzo.

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