Il mistero delle nuvole senza nome

La Stampa

Immense e minacciose svaniscono senza scaricare la tempesta
I meteorologi non sanno dire come si formano e perché

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Chi le ha viste dice che sono immense, cupe, irreali, formano grandi onde che sembrano sfiorare i tetti delle case per scaricare sull’umanità chissà quale tempesta. Nuvole che sembrano un burrascoso mare capovolto, che incombe sulle teste dei pochi che finora hanno avuto la ventura di vederle comparire: gli abitanti di alcune cittadine inglesi (da Snowdonia alle Scottish Highlands), ma anche persone che abitano villaggi all’altra estremità del mondo, nella lontanissima Nuova Zelanda. Qualcuno, racconta il «Daily Mail», le ha segnalate anche sul Mare Artico, vicino alle coste della Groenlandia.

Erano cinquant’anni che a una nuvola non si dava un nome nuovo. Le nubi fantasma sono state battezzate in fretta e furia dalla Royal Meteorological Society, che le ha chiamate «asperatus», dal latino «tempestoso», «ruvido», «accidentato». Ma un nome riconosciuto dall’intera comunità scientifica non ce l’hanno ancora, perché gli studiosi non sanno spiegarsele: nessuno sa come si formino e perché; l’unica cosa sicura è quello che si vede nel cielo: curve caotiche, turbolente, michelangiolesche, come le volute dell’olio e dell’aceto quando si mescolano.

Ogni volta sembra che stiano per scatenare il finimondo, poi si disperdono e tutto finisce nella calma.

Dobbiamo preoccuparci? La credibilità della vicenda resta ancora da dimostrare, il fenomeno fa pensare ad esempio alle scie chimiche che inquietano i cittadini di tutto il mondo.

Tra i meteorologi non mancano gli scettici a oltranza: le «asperatus» potrebbero essere un fenomeno ingigantito dal fatto che oggi tutti hanno una macchina fotografica digitale e un sito web su cui mettere in circolazione le informazioni. Magari, ipotizzano, erano state già osservate in passato, ma semplicemente nessuno le aveva ancora immortalate.

«Abbiamo cercato di identificarle e classificare tutte le immagini delle nubi che abbiamo ripreso – spiega Gavin Pretor-Pinney, fondatore della Cloud Appreciation Society – ma sembra che queste non rientrino in nessuna categoria e, quindi, comincio a pensare che si tratti di un tipo davvero unico di nubi».

Alcuni esperti chiederanno dunque all’Organizzazione Mondiale Meteorologica delle Nazioni Unite di Ginevra di considerare la possibilità di inserire queste nuove, strane nuvole, nell’International Cloud Atlas, come è in uso tra i meteorologi di tutto il mondo. Vero è, segnalano altri studiosi, che in zone montuose le forme delle nuvole sono sempre così varie da rendere possibile, in particolari condizioni anche di luminosità, il verificarsi di morfologie molto spettacolari. Di più non si può dire, per il momento.

O forse sì, ma si entra nella dimensione (altrettanto degna, ma non scientifica) della «nimbologia fantastica e relativa», quale appare ad esempio nelle cinquanta freschissime e meravigliose pagine di nubi, nebbie, caligini e foschie scritte nel «Nuvolario» di Fosco Maraini, viaggiatore e orientalista.

Con un sorriso quasi Zen, Maraini fece una sua personale e originalissima catalogazione di nuvole: parlò di «Graffi» e «Ragnatele», ovvero di nubi «che si formano nelle giornate serene e rimangono immobili, altissime, quasi un soffitto del cielo. Non si sa bene da dove vengano e dove vadano, né, francamente, a cosa servano». Descrisse anche le «Matrone», «nubi che prendono consistenza nelle aure ben nutrite e un po’ fiacche del meriggio, forse troppo cariche di spole, di profumi agresti, di leni dolcezze carnali».

«Tutto merita di essere visto con un sorriso sulle labbra, – concludeva Maraini – per ristabilire l’equilibrio fra le cose». Il padre della scrittrice Dacia Maraini, grande alpinista, era convinto che «il più serio, scrupoloso e fecondo apporto alla scienza sia un temperato dileggio». Come avviene nell’opera «Le nuvole» di Aristofane. Il suo era un invito a guardare le cose perenni, che stanno oltre l’attualità.

Nella World Meteorological Organization (www.wmo.ch) esiste in ogni caso una commissione che si occupa di nubi: vedremo come si pronunceranno, se veramente nelle «asperatus» c’è qualcosa di nuovo.

6/6/2009 – IL CASO (La Stampa)

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