In viaggio su Facebook

I migranti del 2011 sono gli abitanti del villaggio globale: gli stessi protagonisti delle proteste, dall’Iran ai Paesi arabi. Come Mehrdad, 18 anni, iraniano. Durante la camminata di dieci ore sui binari della ferrovia che porta a sud, mostra la lettera della fidanzata e l’I-phone che lei gli ha regalato. Mahrdad ha la pelle chiara, così riesce a comprare un biglietto per Atene senza dover mostrare i documenti. E nella notte, alla prima stazione coperta dal wi-fi, saluta gli amici su Facebook: “Greece. I’m lucky”, scrive, Grecia, sono fortunato, sopra lo stemma del Manchester United e al foto di Lady Gaga. Arrivato nella capitale. Mehrdad va subito a farsi fotografare accanto alla guardia del Parlamento, in piazza Syntagma. Immagine che in pochi minuti posta su Facebook e toglie dopo qualche giorno, quando un amico lo avverte che così potrebbero riconoscerlo. “Ho il futuro nelle mie mani”, dice Mehrdad, “in Iran ero finito”. Era scritto al corso di computer-grafica, racconta. Fino a quattro mesi fa quando una mattina ha indossato una maglietta con la scritta “Peace of the world”, pace nel mondo: “Al mio rifiuto di toglierla, il guardiano dell’università mi ha picchiato riducendomi l’udito dell’80 per cento. Sono stato espulso e denunciato. Mia madre e mio fratello hanno raccolto 3 mila dollari: mille per arrivare in Turchia e 2 mila per passare in Grecia. La mia meta è l’Europa del Nord”. Ha attraversato il Kurdistan a piedi: “La settimana prima sono morti congelati in 13, tra cui una bimba di sei anni”. E a ogni cartello stradale ha memorizzato nel telefonino il nome indicato: “Per sapere sempre dove mi trovao”. Oltre agli africani, arrivano afghani e pakistani in fuga. Come Hadi, 35 anni, insegnante di inglese e gentilezza da lord. O come Shabir, sulla trentina, afghano che parla inglese con accento del Texas: “Facevo l’interprete per le forze USA. Qualcuno ha fatto la spia nel mio villaggio e i talebani hanno ucciso mio zio dopo aver incassato un riscatto di 20 mila dollari”. Shabir, almeno lui, avrebbe diritto alla cittadinanza d’onore in Europa o negli USA. Invece eccolo, in fuga come un criminale. Per non essere ucciso.

FONTE: L’Espresso (10 marzo 2011-pag.48)

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