La corsa per lo sfruttamento del coltan

L’ultima minaccia per il bioma amazzonico

Oggigiorno è in atto una corsa silenziosa all’accaparramento dei luoghi strategici del pianeta da parte d’imprese multinazionali, con il beneplacito d’alcuni Stati, che hanno ceduto parte della loro sovranità, ad entità esterne, spesso per motivi “umanitari”, “ambientali”, o “indigenisti”.
In Brasile per esempio già da vari decenni l’immensa zona di confine con la Colombia, il Venezuela e la Guayana, è stata delimitata, ufficialmente con il fine di riservarla per alcuni popoli indigeni. I coloni brasiliani sono stati obbligati a lasciare le proprie terre e sono stati indennizzati, come nel caso della terra indigena Raposa Serra do Sol.
Secondo molti Brasiliani però, tra i quali il comandante militare dell’Amazzonia Augusto Heleno Ribeiro Pereira, il vero scopo di queste demarcazioni, sarebbe un altro: poter disporre d’immense terre vergini (circa 300.000 chilometri quadrati, mentre il totale delle terre indigene assomma ad oltre 1.000.000 di chilometri quadrati, con una bassissima densità abitativa), permettendo ad entità esterne (ong), d’entrarvi e portare a termine studi mirati di settore: bio-diversità, prospezioni minerarie e idro-sfruttamento.
Mentre dal lato brasiliano la fascia frontaliera è “blindata”, e nessuno può entrarvi senza l’autorizzazione del Funai (Fundacion nacional do Indio), la parte d’Amazzonia che corrisponde alla Colombia e al Venezuela (oltre al dipartimento colombiano del Vichada), è stata per lunghi anni il centro d’operazioni portate a termine da gruppi armati di narcotrafficanti, che controllano ancora oggi parte del territorio in questione.
Quando cinque anni fa è stata annunciata al mondo la scoperta d’un grande giacimento di coltan nell’Amazzonia venezuelana, è iniziata una pericolosa corsa per assicurarsi alcuni territori amazzonici, spesso ancestrali per alcuni gruppi d’indigeni (come i Tukano).
Mentre in Venezuela il governo ha militarizzato l’area, proprio per evitare il sorgere di gruppi armati irregolari che possano controllarne illegalmente il commercio, in Colombia è iniziato un flusso di trafficanti e speculatori che si sono diretti verso i dipartimenti del Vichada, Guainia e Vaupés, che limitano con l’Area indigena Alto Rio Negro, in Brasile.
Il coltan, che è un insieme di columbite (niobio), e tantalite, è un minerale importantissimo per la produzione d’apparecchi elettronici come telefoni cellulari, computer, televisori al plasma, videogiochi, MP3, MP4, GPS, satelliti artificiali e sistemi elettronici per armi ad alta precisione, come i cosiddetti “missili intelligenti”. Il tantalio è fondamentale perché è utilizzato nella costruzione e miniaturizzazione di condensatori elettrolitici.
In Africa la corsa all’accaparramento delle riserve strategiche di coltan ha causato una guerra dove fino ad oggi sono morte 5 milioni di persone (il più sanguinoso conflitto in termini di perdite di vite umane, dalla seconda guerra mondiale ad oggi).
Il Congo ufficialmente possiede il 60% delle riserve mondiali di coltan, ma il minerale viene processato in maggioranza in Ruanda e Burundi, paesi dai quali viene esportato nel nord del mondo.
Il resto delle riserve di coltan è situato in un’area strategica a cavallo tra il Brasile, la Colombia ed il Venezuela.
Di solito in Colombia l’autorizzazione ad estrarre il minerale dovrebbe essere data da Ingeominas, ma per il coltan fino ad oggi sono stati concessi solo 5 “titulos mineros”, mentre il resto dello sfruttamento sembra essere illegale.
La maggioranza dei commercianti irregolari di coltan è costretta a pagare una specie d’imposta (circa 2500 $ per tonnellata), a gruppi armati illegali che controllano il territorio, mentre, una volta trasportato il minerale a Bogotá, lo potrà vendere a circa 60.000 $ a tonnellata.
La preoccupazione che i dipartimenti del Guainía e Vaupés si trasformino in luoghi senza legge dove trafficanti d’oro e coltan agiscano indisturbati, è grande.
Le aree dove si trovano questi due ambiti minerali sono spesso luoghi ancestrali per gli indigeni Cubeos, Tukano e Puinaves, e il loro sfruttamento indiscriminato ed irregolare potrebbe risultare in alta contaminazione dei fiumi da mercurio e cianuro, oltre a stravolgimento degli usi e costumi delle popolazioni autoctone. Alcuni giornalisti colombiani riportano, infatti, che a Puerto Inirida, la capitale del Guainía, vi sono già casi di prostituzione minorile ed aumento della delinquenza comune.
Sarebbe opportuno che lo sfruttamento dei giacimenti di coltan presenti nel territorio colombiano siano regolamentati da norme precise, ma la lontananza del Guainía e del Vaupés dal centro della Colombia, e la mancanza assoluta di strade, aumenta la difficoltà di attuare dei seri controlli.
Dall’altra parte della frontiera, in Brasile, si trova l’enorme “Area indigena Alto Rio Negro” (conosciuta in Brasile come la “cabeza do cachorro”, “testa del cane”, per la sua forma, estesa ben 106.000 chilometri quadrati, più del Portogallo), una zona di foresta amazzonica attraversata dal Rio Negro e da uno dei suoi affluenti, il Río Vaupés. Nell’Area indigena Alto Rio Negro, luogo dove è assolutamente proibita l’entrata ai comuni cittadini Brasiliani o stranieri, vi sono importanti giacimenti d’oro (Serrania del Taraira), e notevoli riserve di coltan, come per esempio nelle vicinanze del cosiddetto Morro do seis lagos (montagna dei sei laghi).
Secondo alcuni giornalisti brasiliani, all’interno dell’Area indigena Alto Rio Negro, si starebbero attuando prospezioni e sfruttamento irregolare di coltan e altri minerali che sarebbero poi contrabbandati in Colombia, visti i pochi controlli lungo l’estesissima frontiera amazzonica tra i due Paesi.
Anche in questo caso sarebbe opportuno che il governo del Brasile attuasse seri controlli sulle attività svolte all’interno dell’Area indigena in questione, per evitare che gruppi di minatori illegali contaminino l’ambiente, stravolgendo i costumi degli autoctoni.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

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