Graham Hancock: viaggio verso le porte della morte

Dopo aver trascorso la maggior parte della settimana passata alle porte della morte, ho pensato di approfittare di questa opportunità per far conoscere agli amici, ai lettori, agli alleati e ai critici quello che mi stava succedendo.
A maggio 2017 ho subito una grave crisi con perdita di coscienza durante un viaggio di ricerca negli Stati Uniti. Il nuovo libro non-fiction su cui sto lavorando è incentrato sull’antico Nord America. Sono stato stabilizzato nel pronto soccorso di Farmington, New Mexico, dove mi hanno diagnosticato una trombosi (fibrillazione atriale del cuore) e curato il giorno successivo con anticoagulanti per evitare una possibile ricorrenza di quello che è stato diagnosticato come un attacco ischemico transitorio – in altre parole un “mini ictus”. Ho subito una perdita dei ricordi delle settimane precedenti la crisi ma per fortuna, e per misericordia, non ho subito nessun danno neurologico evidente e visibile alle scansioni. Il personale medico di Farmington è stato assolutamente brillante. Non ho dubbi sul fatto che il loro intervento rapido mi abbia salvato la vita.
 

 

Tuttavia, anche se in realtà ho avuto una trombosi che può causare ictus (perdite di
sangue e coaguli nel cuore), si è scoperto che la diagnosi che mi era stata fatta era completamente sbagliata. Questo è stato scoperto nelle prime ore di lunedì 14 agosto 2017, quando ho subito ulteriori, molto più gravi, crisi epilettiche qui a casa mia a Bath, Regno Unito. Ancora una volta mi sono affrettato ad andare al pronto soccorso poi al reparto di terapia intensiva. Di nuovo il personale medico, presso l’Ospedale Reale Unito (RUH) di Bath, è stato del tutto brillante, premuroso e impegnato al mio caso molto al di sopra del dovere. Di nuovo il loro intervento ha salvato la mia vita. Questa volta le convulsioni sono state molteplici e ricorrenti e la mia amata moglie Santha è stata presa da parte dal neurologo che le ha consigliato di prepararsi alla mia morte o, nel caso fossi sopravvissuto, sarei stato così male da danneggiare il cervello e diventare un “vegetale”. Mi hanno portato in coma indotto e intubato per 48 ore. Alla fine sono stato in grado di togliere il tubo e iniziare a respirare da solo. Era mercoledì 16 agosto, tardo pomeriggio, quando ho cominciato a tornare in qualche modo cosciente per vedere che Sean e Shanti, due dei miei figli, erano arrivati da Los Angeles e da New York per essere con Santha al mio capezzale insieme a Leila e Gabrielle, le altre due mie figle che vivono a Londra. Per parecchio tempo non ho capito cosa stesse succedendo perché avevo un catetere nella mia vescica e il mio cervello era annebbiato.
Poco per volta la coscienza è aumentata. Sono stato spostato nel reparto neurologico e giovedì sera 17 agosto 2017, con molto sollievo, il catetere è stato tolto. Tutto il giorno successivo (venerdì 18) sono rimasto nel reparto di neurologia, molto indebolito ma in grado di muovermi da solo per andare al gabinetto con l’aiuto di un bastone. Venerdì sera mi sentivo molto meglio. Infine, sabato, sono stato dimesso e sono tornato a casa.
I test eseguiti sono piuttosto chiari (anche se c’è ancora qualche mistero su quello che sta succedendo) e le crisi epilettiche non sono state causate da coaguli di sangue derivanti da trombosi, bensì da un sovradosaggio a lungo termine di un farmaco chiamato Sumatriptan, iniettabile. Ho assunto fino ad una dozzina di questo farmaco ogni mese da oltre 20 anni. L’emicrania è di per sé un fattore di rischio per l’epilessia e la ricerca ha stabilito un legame tra i triptani (in particolare quando è troppo utilizzato) e le crisi epilettiche. È quasi certo che fosse il Sumatriptan che mi aveva portato alla porta della morte ed ora è evidente che devo soffrire semplicemente il dolore orribile e intorpidito delle mie emicranie o morire o diventare un vegetale. Nel frattempo mi sono state prescritte dosi massicce giornaliere del farmaco anti-attacco Keppra (Levetiracetam Milpharm) e mi hanno detto che devo assumerlo per almeno un anno. Mi è vietato guidare ma questo dovrebbe essere abbastanza funzionale.
Le 48 ore di coma indotto, sebbene totalmente strazianti per Santha, per i nostri figli e per me, sono state, alla fine, interessanti. Nascono tutti i tipi di domande. Dove ero “io” durante queste 48 ore mancanti? Mi ricordo che il tubo del ventilatore veniva inserito nella mia gola ed un potente senso di asfissia mi invadeva. Altri ricordi confusi e sconvolgenti che mi vengono alla memoria da tanto tempo sono ricordi di esperienze di pre-morte? Di essere morto? Come ho reso pubbliche in alcune delle mie presentazioni ho avuto un’esperienza di pre-morte, 50 anni fa all’età di 17 anni, causata da una forte scossa elettrica. Ricordo di essermi guardato da vicino dal soffitto prima di tornare bruscamente nel mio corpo. Le mie emicranie sono iniziate dopo un mese da quello shock e sono continuate da allora. Una cosa che ora so con certezza, se non l’avessi capito prima, è che il confine tra la vita e la morte è sottile, fragile e permeabile. Ci sentiamo fermamente fissati nelle nostre vite, ma chiunque di noi può attraversarle in qualsiasi momento. A volte torniamo. A volte non lo facciamo.
Voglio iscrivere qui la mia profonda gratitudine verso il personale dell’ambulanza e verso il personale medico e infermieristico del dipartimento di emergenza, di terapia intensiva e di neurologia presso la RUH di Bath (Gran Bretagna), per l’incredibile livello di cura a cui sono stato sottoposto e per la loro determinazione a non rinunciare a me, anche quando le cose sembravano mettersi molto male, continuando a provare tutto ciò che mi potesse far tornare indietro. Replico il mio ringraziamento e apprezzamento anche nei confronti dei loro colleghi di Farmington, New Mexico, le cui cure alla mia persona nel mese di maggio sono state di standard assolutamente elevato.
E adesso … eccomi qui! Un po traballante per essere sicuro, ma nella terra dei vivi e pieno di rinnovata energia creativa e di idee che spero che l’universo mi permetterà di mettere a frutto nel mio prossimo libro sull’America.
Stranamente è come se un peso fosse stato tolto dalle mie spalle. Un’oscurità che mi aveva avvolto per la maggior parte di quest’anno ha raggiunto la sua massima intensità al momento del brusco dibattito che Randall Carlson ed io abbiamo avuto con lo scettico Michael Shermer e il geologo ufficiale Marc Defant nel programma Joe Rogan Experience in maggio (https: //www.youtube.com/watch?v=tFlAFo78xoQ). L’odio mirato su di me nelle prime tre settimane dopo il dibattito è appena visibile nei commenti più recenti, ma in quel momento mi ha colpito energicamente in malo modo e la mia intuizione è che abbia contribuito come fattore negativo sulla mia salute. Successivamente un ricercatore ha esaminato per me i commenti e ha stabilito che un gran numero di essi è stato generato da un gruppo relativamente ristretto di persone che hanno utilizzano più alias e spesso ripetuto le stesse frasi esattamente con gli stessi errori di ortografia. Non so se questo fosse un tentativo deliberato di manipolare l’opinione pubblica, o quello che era, o chi era dietro di sé, ma certamente mi ha colpito duramente! L’odio è un’energia tremenda e terribile che danneggia non solo coloro a cui è rivolto ma anche coloro che ne sono sedotti per esprimerlo.
Il mio viaggio verso le porte della morte della scorsa settimana sembra però aver schiarito il miasma energico da cui sono stato intrappolato brevemente e ha rinnovato la mia forza per le sfide a venire.
Siamo stati seriamente ingannati sul nostro passato e siamo stati immersi in uno stato di sonno-amnesia. È disperatamente importante che ci risvegliamo se la famiglia umana vuole sopravvivere in questo meraviglioso giardino di questo pianeta e se vogliamo onorare, come dovremmo, i doni della vita, della coscienza, della gioia e dell’opportunità di imparare e amare e sviluppare, che l’universo ci regala generosamente e senza esitazione.

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