La teoria dell’eccezionalismo americano

La teoría del excepcionalismo americano en el  mundo multipolar del siglo XXINel 1944 gli Stati Uniti d’America si imposero come l’unica potenza dominante del pianeta. Con gli accordi di Bretton Woods si decise che il dollaro sarebbe stato la valuta di riferimento mondiale, e che tutti i principali beni di scambio (petrolio, oro, grano, caffè ecc.) sarebbero stati quotati in dollari, rendendo di fatto questa moneta una valuta globale. L’anno seguente si fondarono il Banco Mondiale e il Fondo Monetario internazionale, entrambi con sede a Washington D.C. e si diede inizio ai lavori delle Nazioni Unite, con sede a New York.
I cinque paesi vincitori della seconda guerra mondiale (USA, Cina, Unione Sovietica, Francia e Regno Unito), ottennero lo status di membri permanenti del consiglio di sicurezza, con diritto di veto. Questi paesi, e in particolare l’Urss e la Cina, erano stremati dalla distruzione che aveva causato il conflitto, mentre gli Stati Uniti non avevano avuto grosse perdite umane, e nessuna perdita materiale nel loro territorio. Inoltre, dal punto di vista militare, gli Stati Uniti erano l’unico paese del mondo a possedere, e purtroppo anche ad aver usato, le prime armi atomiche.
Per quanto riguarda l’economia, anche se nel 1945 ci fu una temporanea recessione, gli USA avevano un prodotto interno lordo di 228 miliardi di dollari, pari a circa la metà del PIL mondiale. (1).
Già nel 1950, quando iniziò la guerra di Corea, il Pil degli USA cresceva dell’8%, e l’inflazione scese al 6%.
Nel 1950 gli Stati Uniti d’America si trovarono in una situazione di dominio assoluto del pianeta, sia militarmente, che economicamente, e ciò non fece che rafforzare la teoria dell’eccezionalismo americano.
In realtà, da un punto di vista sociologico, molti altri popoli vedono loro stessi al centro del mondo: gli ebrei si considerano il “popolo eletto”, i russi vedono la propria terra come “la grande madre Russia”, i cinesi denominano il loro territorio “zhongguo”, che letteralmente significa: “il paese del centro”, ma per gli americani questa teoria è molto più significativa che per altri gruppi umani.

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Il futuro dell’Amazzonia di Yuri Leveratto

Nuovo libro di Yuri Leveratto: Il futuro dell’Amazzonia – Una visione al 2060 dell’area strategica più importante del pianeta

In questo nuovo libro ho cercato d’individuare quali saranno le tendenze future che si svilupperanno in Amazzonia, l’area strategica più importante del pianeta, considerando che nel 2060 l’economia mondiale sarà completamente cambiata rispetto ad oggi e i paesi che oggi sono in via di sviluppo, saranno i dominanti e avranno bisogno sempre di più risorse per espandere le proprie economie. Nell’ultimo capitolo del libro vi è il “decalogo” per quella che dovrebbe essere, secondo me, l’Amazzonia eco-sostenibile, da lasciare alle generazioni che verranno.

Nuovo libro: Il futuro dell'Amazzonia - Una visione al 2060 dell'area strategica più importante del pianeta

Introduzione:

Quasi ogni giorno si legge sui giornali che l’Amazzonia è sotto una continua minaccia di deforestazione. Le notizie riportano che ogni anno un territorio grande come un piccolo stato europeo viene disboscato per fare spazio a coltivazioni di monocultura (nella maggioranza dei casi soia geneticamente modificata), e allevamento intensivo di bovini. La conseguenza di ciò è un crescente allarmismo ambientale, che indica i grandi proprietari terrieri come i responsabili dell’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera e dell’impoverimento dei suoli.
Si favorisce pertanto nell’opinione pubblica l’idea che sia giusto demarcare enormi aree trasformandole in “terre indigene”. Oltre a ciò, si è diffusa l’idea errata che l’indigenismo sia un sinonimo di ambientalismo e di cura per il bioma amazzonico.
L’indigenismo, inteso come quel nobile movimento, iniziato nel 1952 da Candido Rondon, che ha come scopo la protezione e la valorizzazione delle culture autoctone, è pertanto associato mondialmente all’idea di rispetto della natura e in particolare della foresta.
Purtroppo questo è solo uno dei tanti miti che si sono generati negli ultimi anni, ma non corrisponde sempre alla realtà.  Spesso sono proprio gli indigeni che si vendono le risorse presenti nelle loro terre, come ho verificato in molti dei miei viaggi. Solo per citare un caso recente, nella mia esplorazione del Rio Galvez, ubicato nell’Amazzonia peruviana nella regione di Loreto, ho constatato che i Matsés abbattono i grandi alberi presenti nelle loro terre e ne vendono il legname pregiato, spesso senza un chiaro piano di ripiantumazione, quando potrebbero invece implementare per esempio una politica di studio, valorizzazione, divulgazione e vendita delle piante medicinali (arbusti che ricrescono velocemente), ubicate nella loro terra.
Ma vi sono molti altri casi d’indigenismo “alla rovescia”.
Nella riserva Roosevelt sono gli stessi nativi che si vendono le pietre preziose presenti all’interno della loro area.
Nella terra indigena Raposa Serra do Sol vari autoctoni viaggiano armati su grossi SUV. Gli esempi potrebbero continuare.
Abbiamo pertanto già tolto il velo a due miti: innanzi tutto il problema principale dell’Amazzonia non è la deforestazione ed inoltre l’indigenismo non è sempre sinonimo di ambientalismo.
Il vero problema dell’Amazzonia è in fondo uguale a quello di altre aree strategiche del mondo: è in corso un processo di privatizzazione delle terre e delle risorse, spesso con metodi occulti, sconosciuto alla maggioranza delle persone.
L’opinione pubblica appoggia la demarcazione di nuove ed immense terre indigene, perché tutto ciò “è di moda”, ed “è ambientalista”, dimenticandosi che dividere totalmente gli autoctoni dai non autoctoni è un processo che spesso porta all’odio, com’è successo nella “terra indigena Raposa Serra do Sol”, e trascurando che i contadini non indigeni (che nella maggioranza dei casi non sono ricchi proprietari terrieri), sono espulsi dalla terra demarcata, e viene loro data un misera compensazione.
Contestualmente agli indigeni è dato il diritto di vivere dei proventi della loro terra, e quindi vendere le proprie risorse: legname, minerali rari, e anche petrolio, tutte attività per loro non ancestrali, che snaturano la loro cultura.
Mentre tutto ciò viene implementato, e vengono create centinaia di nuove “nazioni”, culturalmente staccate e pertanto spesso ostili al resto della popolazione dei paesi in questione, vi è una crescente avanzata del cosiddetto “progresso”, guidato dal capitalismo estremo, in forte contrapposizione con le tesi iniziali indigeniste.
Questa ondata d’industrializzazione, guidata in Brasile dal movimento ruralista, si oppone alla creazione di nuove terre indigene, e supporta con ogni mezzo la meccanizzazione forzata dell’agricoltura, la costruzione di nuove e grandi dighe che stanno imbrigliando imponenti fiumi come il Madeira e lo Xingú, la costruzione di strade transamazzoniche e ponti fantascientifici (come quello sul Rio Negro), la trasformazione della foresta in campi destinati alle coltivazioni di soia e bio-combustibili, e all’allevamento di bovini.
E’ lo scontro di due mondi, due risposte sbagliate per la gestione dell’Amazzonia.
Da una parte l’indigenismo, che potrebbe avere delle forze occulte che lo guidano, dall’altra il capitalismo estremo, i cui protagonisti non sono stati minimamente toccati dal governo d’ispirazione socialista del presidente Luis Ignacio Lula da Silva.
Proprio negli ultimi tre anni, inoltre, si è verificato un aumento degli scontri cruenti tra indigeni e ruralisti, in vari stati del Brasile, con purtroppo, vari morti.
Tutto ciò mentre gli altri paesi sudamericani che hanno porzioni d’Amazzonia nel loro territorio seguono e subiscono le politiche implementate dal Brasile, che è de facto il leader del continente, destinato a diventare in pochi anni una delle economie più forti del pianeta.
A complicare la situazione vi sono le imprese multinazionali minerarie e petrolifere, che stanno attuando un vero e proprio “assedio”, in Amazzonia, spesso con la complicità di governanti corrotti che permettono loro di accedere alle terre indigene (come per esempio la riserva Amarakaeri, in Perú, o il TIPNIS, in Bolivia), in cambio del pagamento di concessioni.
Si avvantaggiano così piccoli gruppi di ricchi azionisti che guidano queste imprese (ne cito solo alcune: Chevron Texaco, Petrobras, Total, Pdvsa, Hunt Oil, Pluspetrol, Repsol, Perenco, Maple e recentemente la russa Rosneft), a svantaggio di grandi moltitudini di persone.
Invece di pensare ad un graduale abbandono dell’utilizzo dei combustibili fossili ed un passaggio alle fonti alternative e all’idrogeno, una via già oggi percorribile tecnologicamente, i governi sudamericani (come d’altronde quelli del nord del mondo), continuano a dare priorità allo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, perseguendo il fine del lucro e non quello del bene dell’umanità e dell’ambiente.
In ultima analisi un auspicio: nelle esplorazioni che ho portato a termine con il fine di ricerca archeologica e naturalistica ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi territori ancora totalmente vergini, come il Parco Nazionale del Manu, il Parco Nazionale del Madidi, il Santuario Nazionale del Megantoni, la Riserva della biosfera e terra comunitaria Pilon Lajas, solo per citarne alcune. Paradisi incommensurabili dove l’uomo ha realmente un impatto quasi nullo, e dove la natura regna incontrastata.
Ecco, quella è l’Amazzonia che sognavo da bambino, e che ho potuto percorrere con le mie gambe. Spero che almeno questi “luoghi sacri”, che rimangono fino ad ora intatti, non siano mai distrutti dall’avanzata del capitalismo estremo e del progresso da perseguire ad ogni costo.

Yuri Leveratto
Cusco, Perú, marzo 2014

Il libro é disponibile in e-book, in forma cartacea in bianco e nero e in forma cartacea tutto a colori.

http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=432

Il mistero della biblioteca di metallo di Padre Carlo Crespi

Di Yuri Leveratto (gennaio 2013)

Il Padre italiano Carlo Crespi (1891-1982), era giunto nella selva amazzonica ecuadoriana nel 1927.
Con il tempo aveva ammassato, presso la sua missione salesiana di Cuenca, una fantasmagorica collezione di manufatti antichi d’inestimabile valore storico e archeologico: statuette d’oro di stile mediorientale, numerosi oggetti d’oro, argento o bronzo: scettri, elmi, dischi, placche, e molte lamine metalliche che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, la cosiddetta “biblioteca metallica”.

Tra le varie lamine, una di esse era lunga circa 20 pollici e riportava 56 segni stampati, come fosse un alfabeto più antico di quello dei Fenici (foto a sinistra del testo).
Padre Carlo Crespi era molto anziano quando fu girato il video di Stanley Hall, che riporto nel corpo articolo, e forse era anche confuso, ma nell’ultima parte del video (esattamente nel punto: 4 min. e 18 sec), si vede benissimo che la biblioteca metallica, da lui gelosamente custodita, era reale.
Osservando al rallentatore l’ultima parte del video, dove si vedono le placche metalliche, si nota che vi sono impressi dei segni o una sorta di geroglifici, come se si fosse voluto rappresentare la storia di un popolo.
Carlo Crespi ha sempre dichiarato a tutti i suoi intervistatori che tutti i reperti del suo museo, gli erano stati consegnati, nel corso degli anni, da indigeni Suhar, che a loro volta li avevano raccolti nella Cueva de los Tayos.

Ecco una sua dichiarazione, ripetuta più volte a vari ricercatori:

Tutto quello che gli indios mi hanno portato dalla caverna risale a epoche antiche, prima di Cristo. La maggioranza dei simboli e di alcune rappresentazioni preistoriche risalgono ad epoche antecedenti il Diluvio.

Padre Carlo Crespi

Il religioso italiano sosteneva che i reperti da lui custoditi fossero d’origine antidiluviana e fossero stati nascosti nella caverna da discendenti di popoli mediorientali che erano scampati al diluvio.
Molte persone che mi hanno contattato durante questi anni, hanno argomentato che il “tesoro” di Padre Carlo Crespi fosse costituito da falsi o, da pezzi veri, che però non provenivano dalla Cueva de los Tayos.
E’ una possibilità, però a mio parere qualcosa di vero in questa storia della Cueva de los Tayos c’è, per vari motivi.
Innanzitutto il Padre Carlo Crespi, non ha mai tenuto conferenze sulla sua collezione e non si è mai fatto pubblicità allo scopo di guadagnarci soldi o fama, anzi era piuttosto schivo e controverso.
Che bisogno avrebbe avuto quindi di inventarsi tutto e raggruppare una montagna di manufatti falsi?
C’è poi la possibilità che sia stato ingannato da astuti artigiani: a tale proposito lo scrittore Richard Wingate, scrive:

E’ stato detto che i reperti di Padre Crespi siano dei falsi che gli furono consegnati da indigeni. Però in seguito i segni scolpiti in alcuni suoi reperti sono stati individuati come geroglifici egizi, ieratico egizio, punico e demotico.

Come avrebbero potuto, gli indigeni Suhar o improvvisati artigiani della zona di Cuenca, riportare delle iscrizioni in lingue antiche, nei reperti che consegnavano a Crespi?


E’ vero che tutti o alcuni dei suoi manufatti potrebbero essere stati veri, ma non provenienti dalla Cueva de los Tayos, ma anche in questo caso perché lui avrebbe divulgato che gli furono consegnati dagli indigeni Suhar? Non avrebbe guadagnato nulla dicendo ciò.
Alcuni reperti di Crespi sono stati analizzati da riconosciuti archeologi: per esempio il professor Miloslav Stingi, membro dell’Accademia delle scienze di Praga, dopo aver analizzato alcuni reperti di Padre Crespi disse:

Il sole è spesso parte centrale di alcuni reperti incaici, ma l’uomo non è stato mai messo sullo stesso piano rispetto al sole, come vedo in alcuni di questi reperti. Vi sono rappresentazioni di uomini con dei raggi solari che si dipartono dalle loro teste, e vi sono uomini rappresentati con punti, come fossero stelle uscendo da loro stessi. Il simbolo sacro del potere è sempre stato la mente, ma in questi reperti la mente o il capo, è rappresentata simultaneamente come il sole o una stella.

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Yuri Leveratto: esplorazioni in America del Sud 2006-2011

Yuri Leveratto’s new book 2012

Fonte: Yuri Leveratto Webpage

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Durante la mia infanzia sognavo a lungo l’America del Sud, mentre sfogliavo un antico atlante che mi aveva regalato mio zio Fausto. Osservando alcune mappe dell’Amazzonia, la mia fantasia volava e immaginavo un giorno di poter esplorare quegli immensi fiumi, trovando vestigia d’antiche civiltà.
Ho messo piede per la prima volta in America del Sud nel lontano 1989, in un viaggio insieme con un amico italiano. La prima città che abbiamo visitato è stata Rio de Janeiro, con la sua immancabile allegria, con la gente ridanciana, la musica e le sterminate spiagge.
Poi siamo stati a Salvador de Bahia, dove mi ha interessato il famoso quartiere storico, il Pelourinho.
Sentivo però che mancava qualcosa di importante da vedere, da toccare, da annusare. Era il Rio delle Amazzoni, il più grande fiume del mondo, che avevo sognato ad occhi aperti per anni, fin da quando ero piccolo.
E così abbiamo volato a Manaus, e da li abbiamo intrapreso un’esplorazione in un affluente del Rio delle Amazzoni. Da allora il grande fiume mi è entrato dentro e non l’ho più dimenticato.
Sono passati tanti anni da allora, e dopo aver lavorato sulle navi da crociera ho deciso di vivere in America del Sud. Mi sono però fermato in Colombia, a Cartagena de Indias, dove ho vissuto vari anni.
In questo Paese del Sud America, pieno di contrasti ma affascinante e sempre imprevedibile, ho ampliato ancora i miei orizzonti. E’ stato durante una lunga camminata nella Sierra Nevada di Santa Marta, la montagna più alta della Colombia, che ho conosciuto gli indigeni Kogui e mi sono reso conto che ancora esiste un mondo parallelo in America del Sud, quello dei nativi, che hanno una visione “altra” del mondo, opposta all’individualismo tipico di noi occidentali. Ho continuato l’esplorazione oltre il villaggio dei Kogui, fino alla ciudad perdida, Teyuna, un interessante sito archeologico ubicato nella stessa vallata.
Da allora ho potuto verificare che il Sud America è un inesauribile scrigno di popoli, ma anche di resti archeologici occulti se non totalmente sconosciuti, che attendono di essere scoperti.
La mia passione per l’antropologia e l’archeologia di frontiera mi ha portato così a condurre esplorazioni sul filo della sicurezza, nella stessa Colombia, ma anche in Perú, Bolivia e Brasile.
Oggi giorno è opinione comune che tutto il mondo sia cartografato e perfettamente conosciuto. Niente è più lontano dalla realtà.
In America del Sud vi sono grandi zone di foresta amazzonica, ancora oggi inesplorate.
Alcune persone hanno messo in dubbio questa mia affermazione, indicandomi che oggi esiste la cartografia aerea e i satelliti, che ci scrutano dal cielo. Chi afferma ciò non conosce la geografia del continente in questione.
Almeno due milioni di chilometri quadrati di selva tropicale a ridosso della frontiera tra Brasile e Colombia, Perú e Bolivia, sono quasi costantemente coperti da una spessa coltre di nebbia, e pertanto le fotografie aeree o satellitari (e tanto meno google earth), risultano essere inutili.

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L’enigma delle rovine di Miraflores

La regione di Cusco (Perú), estesa circa 72.000 chilometri quadrati, è occupata in gran parte (più del 50%), da un particolare ecosistema chiamato “selva alta” (che a sua volta si divide in selva alta e bosco andino).
Durante l’impero degli Incas la selva alta ricopriva un ruolo molto importante, in quanto era la frontera tra il mondo andino e quello amazzonico.

di YURI LEVERATTO (2011)

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I popoli antecedenti agli Incas: Huari, Pukara, Lupaca costruirono durante secoli vari avamposti detti tambo in quechua (luoghi di riposo), ma anche cittadelle o fortezze, che servivano, oltre che per delimitare l’impero, anche come luoghi di riposo ed intercambio, dove si soleva barattare con etnie di Chunchos, Moxos e Toromonas i prodotti della selva (coca, oro, miele, piume d’uccello, erbe medicinali), con quelli della sierra (camelidi e cereali andini, maca e vari tipi di patate).
Gli avamposti più conosciuti sono: Espiritu Pampa e Vitcos (entrambi nella regione di Vilcabamba), Abiseo, la fortezza di Hualla, Mameria e la fortezza di Ixiamas (Bolivia).
Secondo vari esploratori, tra i quali il peruviano Carlos Neuenschwander Landa, esisterebbe una ultima fortezza, ancora sconosciuta che fu utilizzata dagli Incas quando scapparono dal Cusco nel 1537.
E’ il mito del Paititi andino che si fonde con la legenda ricompilata da Oscar Nuñez del Prado nel 1955, che indica nel Paititi l’oasi dove si rifugiò il semidio Inkarri dopo aver fondato Q’ero e Cusco.
Carlos Neuenschwander concentrò tutte le sue ricerche nel cosidetto “altopiano di Pantiacolla”, un’aspra e fredda zona andina inclusa tra i 2500 e i 4000 metri d’altezza sul livello del mare tra le regioni di Cusco e Madre de Dios.
L’altopiano di Pantiacolla (dal quechua: luogo dove si perde la principessa), entra a pieno titolo tra i luoghi più difficilmente accessibili del mondo, per vari motivi.
Innanzitutto la lontananza da centri abitati e la difficilissima orografia del terreno. Profondissimi canyons dove scorrono fiumi impetuosi e ripidi costoni dove vi passano solo alcuni angusti sentieri, a volte nemmeno percorribili da muli, complicano l’accesso all’altopiano.
Inoltre il clima, sempre cangiante, è molto severo, con forti venti, piogge e grandinate, ed a volte neve e tempeste, intervallate da brevi periodi di sole.
La temperatura può scendere a -10 di notte mentre di giorno oscilla tra 0 e 5 gradi.
L’ultimo e forse il più importante motivo che rende quasi inacessibile la “meseta de Pantiacolla” è il fatto che nelle zone adiacenti (situate ad alture più basse), come il Santuario Nazionale Megantoni e la zona “chiusa” del Parco Nazionale del Manu, vivono indigeni isolati (non contattati), che a volte possono essere molto aggressivi. Mi riferisco a gruppi di Kuga Pacoris, Masko-Piros e Toyeris.
La vallata del Rio Mapacho-Yavero, inizialmente chiamato Rio Paucartambo, funge d’accesso alla cordigliera di Paucartambo, l’ultima vera catena montuosa andina (con cime di oltre 4000 metri), prima della selva bassa amazzonica, la conca del Rio Madre de Dios.
L’obiettivo della nostra spedizione nella cordigliera di Paucartambo è stato quello di studiare e documentare i sentieri incaici della vallata del Rio Chunchosmayo (Rio dei Chunchos, antichi e terribili popoli della selva), che conducono all’altopiano di Pantiacolla e possibilmente alla mitica Paititi di Inkarri.

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Il potere occulto nell’Amazzonia brasiliana

Quando si viaggia nell’Amazzonia brasiliana ci si rende conto dell’immensità di questo territorio.
La cosidetta Amazzonia legale è estesa circa 4,5 milioni di chilometri quadrati, (15 volte l’Italia), che corrispondono al 64% dell’intera Amazzonia e al 53% del Brasile, ed è abitata da circa 20 milioni di persone, una densità abitativa molto bassa.
Tuttavia, una gran parte della popolazione si ammassa nelle città di Manaus, Belém e Porto Velho.
In tutta l’Amazzonia brasiliana, vivono solo 200.000 indigeni, però le terre a loro assegnate, dove nessuno può entrare senza l’autorizzazione del Funai (Fundacion nacional do Índio), sono estese ben il 21% di questo enorme territorio, cioè oltre 1 milione di chilometri quadrati!
Per esempio, l’area indigena Yanomami, situata in una zona strategica di massima importanza, sia dal punto di vista delle risorse idriche che minerarie, occupa un territorio di ben 94.000 chilometri quadrati e ospita solo 7000 indigeni, che non sono nomadi, ma sedentari.
Che bisogno hanno 7000 persone di un territorio esteso come il Portogallo?
In totale vi sono circa 422 zone delimitate nell’Amazzonia brasiliana, ma le più grandi sono: A.I. Yanomami (A.I. sta per area indigena), A.I. Raposa Serra do Sul, A.I. Alto Rio Negro, A.I. Vale do Javarí, A.I. Xingú, A.I. Kayapo, A.I. Tumuqumaqué.
Nel mio recente viaggio attraverso sei Stati amazzonici del Brasile (Acre, Amazonas, Pará, Roraima, Amapá, Mato Grosso), Continua a leggere